Altre volte, tra il Sovrano e la Nazione, dispiacendo all'uno s'aveva quasi certezza di piacere all'altra: il coraggio ed i pericoli della censura travavano eccitamento e compenso nelle mire dell'ambizione e negli allettamenti della popolaritá. Oggidi una convinzione profonda ed ardente può sola aprirci la bocca o metterci in mano la penna, e spingerci a combattere coll'esempio la noncuranza dei più per i doveri ed i diritti inerenti alla libertà. "Poichè, quando saremo stati vinti dieci volte; qundo dieci volte il popolo avrà anteposto ai nostri suggerimenti le declamazioni degli adulatori e degli esaltati; quando sarà ben dimostrato che, disposti ad operare nei modi e nei limiti dalla legge consentiti, siamo stati respinti e ricusati; allora, ma allora soltanto, avremo il diritto di ritirarci, tranquilli ed alteri della nostra sconfitta. A nessuno si può far colpa di non aver fortuna, nessuno è in obbligo di usare le astuzie che l'ambizione volgare si crede lecite; ma siamo in debito tutti di essere sinceri. Se il Turgot fosse vissuto tanto da vedere la Rivoluzione, avrebbe potuto, quasi il solo, guardarla con tranquilla coscienza, poichè era stato unico a dire schietto quello che occorresse per prevenirla."1
Se queste considerazioni giustificherebbero la manifestazione franca e ragionata dei nostri pensieri circa le condizioni del paese ed i mezzi più acconci a migliorarle, potrebbe taluno giudicare inopportuna la ristampa di scritti e di discorsi, parecchi dei quali si riferiscono a fatti compiuti ed a tempi, di cui non tutti scorgono l'analogia col presente. Sennonchè una riflessione alquanto più matura discopre quanto dalla propria storia possa una nazione imparare, e quanto a risolvere i problemi che le stanno dinanzi, giovi l'esame critico delle cause che li generarono, degli errori commessi in congiunture simili e del grado, in cui convenga accettare tutte le conseguenze dei fatti antecedenti, oppure mutar via per correggerne gli effetti.
Questo si addice agli studii sullo sminuzzamento delle frazioni parlamentari e sulla confusione ed incoerenza delle opinioni, che si lamentarono fin dalla Sessione del 1863; nonchè sulla ricostituzione e ricomposizione dei partiti, da tutti i sinceri e prudenti liberali fin da quei tempi invocata e tuttora desiderata.
Uguale opportunitá serbano gli scritti che nel presente volume trattano della questione romana, sotto l'aspetto dei provvedimenti che i nuovi ordini dello Stato richiedono nelle sue attenenze col Cattolicesimo: argomento che nel concetto esplicato dal conte di Cavour primeggiava di gran lunga l'annessione degli ultimi avanzi del dominio temporale d'Papi, ed il materiale insediamento del Governo in Roma. Questi eventi si sono compiuti, non per accorgimenti proprii del Governo italiano, ma per forza di casi; e la Legge delle guarentigie non ha regolato se non la coesistenza di fatto nella stessa metropoli del Sommo Pontificato cattolico e della Sovranità italiana. Ma rimangono tuttora non definite, sebbene non del tutto impregiudicate, le applicazioni agl'Istituti religiosi dei diritti di proprietà, d'associazione e d'insegnamento, la cui mercè soltando si può assicurare, nella pace e nella libertà delle coscienze, l'ordine sociale.
Quanto siano tempestive le indagini sull'intima connessine che passa tra la libertà politica e la civile, e quindi sui caratteri dell'auto-governo, sulle condizioni necessarie alla sua esistenza e sui mezzi e sulle forme con cui può instaurarsi e prosperare in Italia, chi è che nol veda?
Si potevano scusare la trascuranza e la tiepidezza nell'ordinarci a libertà fino a tanto che ci affaticavamo a compiere la nazionalità. Ma soli quei popoli sono degni del nome di nazione che sanno vivere liberi. Onde lo studio del problema dell'auto-governo non deve essere differito nemmemo d'un giorno. A chiunque vi attende, si farà tosto palese che la felice soluzione dipende dal valore morale dei cittadini. Conciossiachè in quei paesi, dove il maggior numero non sente la dignità ed il dovere dei pubblici ufficii, non sia l'auto-governo possibile; ed allora assai poco importa se l'Amministrazione sia accentrata o discentrata, rimanendo ad ogni modo ora dispotica, ora servile, mercenaria sempre.
Da questa esposizione è manifesto che gli scritti delle tre prime serie sono i prolegomeni della quarta, nella quale si considerano le attenenze delle leggi civili e politiche colle sociali e morali, la connessione di queste colle credenze religiose ed i confini della rispettiva loro giurisdizione.
Che se non paresse di voler noi presuntuosamente arieggiare il Montesquieu, potrebbesi dire che il fine della legge morale è la virtù; della legge sociale, la giustizia; della legge politica, la pace. Onde è chiaro che l'ufficio dello Stato di mantenere la pace sarà tanto più agrevole, quanto più i cittadini per forza delle proprie convinzioni morali adempieranno i loro doveri, e quanto più l'uguaglianza dei diritti, che è la giustizia sociale, sarà sanzionata dalle leggi e penetrata nei costumi.
Perciò l'autore dell'Esprit des Lois disse sagacemente che "senza virtù i popoli non possono es" sere governati se non colla forza, e quindi cadono "sotto il dispotismo." Egli per vertà alle sole Repubbliche dava per fondamento la virtù, e faceva le Monarchie poggiare sull'onore. Ma l'onore non è esso una forma, una parte della virtù? L'onore che anima il Crillon, quando ricusa ad Enrico III di assassinare il duca di Guisa, non equivale alla virtù repubblicana? Che cosa è se non il grido della coscienza?
"Non v'ha sentenza da tutti i pubblicisti più universalmente consentita di questa: senza virtù, nessuna libertà. Cosa del resto molto ovvia; poichè in qual modo si discerne il paese che è libero da quello che non è? Quello è un paese, dove molte cose sono permesse che altrove sono vietate: per esempio, scrivere, parlare, adunarsi, andare e venire, e simili. Di cotali facoltà un popolo corrotto userà senza dubbio assai male: i cittadini si danneggeranno a vicenda e si renderanno la libertà insopportabile; le mollezze infiacchiranno il coraggio; le discordie civili offuscheranno lo spirito pubblico; i più corrotti, per godersela a tutto loro agio, venderanno lo Stato ad un conquistatore o ad un padrone. Platone descrisse questa necessaria rivoluzione con effetto di colorito e con energia di sentimenti che non si possono superare. Non è dire che vi sia una relazione costante tra la virtù e la libertà, poichè la politica si compone di elementi così diversi, che non se ne possono determinare le leggi con norme invariabili. Bensì l'autorità di tutti i pubblicisti ci assicura che la corruzione prima o poi ci fa cadere in servitù, e la servitù a sua volta è fomite di corruzione.
"Non trascorrasi non pertanto nell'utopia platonica che attibuiva allo Stato il potere ed il dovere di creare la virtù. Senza dubbio il Governo può favorire la moralità dei cittadini tutelando l'ordine, mediante il quale ciascuno trova tutta l'agevolezza per adoperare le proprie facoltà e per adempiere i proprii doveri. Ma non può imporre per legge la virtù, non può costringere i cittadini ad essere operosi, benefici, tolleranti, temperanti. Protegge i diritti di ciascuno; al di là trascorrerebbe nel dispotismo. Ma il mantenersi degni di quei diritti, capaci di esercitarli, sta ai cittadini stessi: questo è effeto dei loro costumi, non delle leggi."1
Sennonchè, non avendo trovato mai nessun popolo, nel quale la saldezza e l'efficacia delle idee morali non avessero fondamento nelle sue credenze religiose, ci siamo persuasi che la costituzione politica e l'arte di governo presuppongano in ciascun paese una condizione morale e religiosa, dalla quale il legislatore civile e l'uomo politico devono prendere norma per determinare le relazioni giuridiche dei cittadini fra loro e per fissare i limiti e regolare l'azione dello Stato.
E non basta! Consideriamo un altro fatto preesistente, irrevocabile, cui è giucoforza adattare la costituzione politica. Questo è lo stato sociale, il quale non dipende dalla volontà di nessun legislatore, nemmeno dal consenso di un'intera generazione. Esso risulta da quel complesso di cause, di cui alcune indirette e parecchie pure assai remote, che si comprende sotto l'appellazione di forza delle cose, o, più cristianamente, di Provvidenza. Or bene, noi affermiamo col Royer-Collard che "l'eguaglianza dei diritti (questa è la schietta formola della Democrazia), che la Democrazia è il fatto che sovrasta alla società odierna e deve signoreggiare la nostra politica." Chiederemo noi con inesorabile rigore di logica che di questo fatto si effettuino senza remissione e senza indugio tutte le conseguenze sino all'estrema? Nulla concederemo noi alla prudenza, all'opportunità, soprattutto alla sincerità ed all'ardore di tante convinzioni diverse dalla nostra? No davvero! Ma ogni tentativo di retrocedere o di perpetuare istituzioni gerarchiche, che contrastino coll'uguaglianza dei diritti, colla Democrazia, ogni sforzo per negare agli uni, individui o classi, la possibilità di decadere, agli altri la facoltà di progredire e d'innalzarsi, ci troverà irremovibili oppositori ed all'uopo avversarii arditi e fieri.
Onde il problema, di cui abbiamo in queste carte esminato ora l'uno ora l'altro aspetto, si definisce nella sua formola più sintetica.:
COME POSSA L'ITALIA, CATTOLICA DI RELIGIONE, NEGLI ORDINI SOCIALI DEMOCRATICA, GOVERNARSI COLLA LIBERTÀ.
Non pochi, lo sappiamo, confondono ciò che noi distinguiamo, o, a priori, proclamano l'incompatibilità dei tre termini da noi posti al problema. Ma siamo profondamente convinti che, qualunque si escludesse, ci farebbe uscire non solo dalla presente realtà, ma anco dalle possibilità future.
Tutto ciò sia detto senza neppure la più lieve ombra di censura o d'ironia per coloro che spingono la investigazione oltre i confini, che abbiamo creduto debita discrezione imporre a noi medesimi. Nessuno ha rispetto maggiore del nostro per la scienza pura, che s'innalza alla ricerca dell'assoluto, sorvolando i bisogni della medirocrità ed imperfezione umana nelle applicazioni delle teorie alle necessità della pratica. Quando pure dovessimo compiangerne gli errori, non potremmo trattenere la nostra simpatia e la nostra ammirazione per quelle menti valorose ed instancabili nell'estendere il patrimonio delle umane cognizioni. La gratitudine e la pietà nostra a chi mai sarebbero esse più dovute che a quei Pionieri del pensiero che penetrano primi con tanti stenti, con tante fatiche, con tanto coraggio, e troppo spesso can tanto loro danno, nelle regioni intentate? Essi cadono talvolta esausti a mezza strada, talvolta sono vittime della propria temerità e dei proprii traviamenti; ma intanto aprirono la via, e la seguente generazione scorge nelle orme loro e il saldo terreno dove posare sicuro il piede, ed i precipizii che furono ad essi fuenesti e che l'è d'uopo evitare.
Quanto a noi, confessiamolo schietto, l'animo non ci reggeva di farci emuli d'intelletti cotanto arditi e circoscrivemmo i nostri studii in una sfera più modesta. Ma entro questa rivendichiamo i diritti della ragione e la piena libertà di esame.
Non esistono per noi dommi politici, nè legittimità ingenita di umani poteri, che li renda irrevocabili e li ponga al disopra della giustizia e del diritto. Le costituzioni degli Stati non sono che forme, espedienti e prove di applicazione dei principii di libertà e di giustizia alle relazioni degli uomini costituiti in società: le sovranità non sono che mezzi di proteggere in ciascuno l'uso pacifico delle proprie facoltà e d'impedire a tutti la violenza: le une e le altre non valgono se non in quanto rispondono a cotali loro uffizii.
In sulle prime parrà forse ad alcuno che dottrine siffatte scuotano i fondamenti d'ogni State; ma a chi ben guardi, si farà palese che non mirano se non a stabilire che solo ed interamente dalla virtù dei popoli dipende l'avere savie Costituzioni e Sovrani giusti.
Strane contraddizioni invero da tutte le parti! Coloro che non dubitano di sottoporre all'esame dell'umana ragione l'esistenza di Dio e gli attributi di Lui, coloro che deridono come cieca la fede e sdegnano l'ortodossia come servile, si scandalizzano dei dubbii rispetto alla sovranità del popolo, all'infallibilità del suffragio universale, chiamano temerarii i nostri riserbi circa l'inviolabilità futura di una forma di Governo o la presente intagibilità di una Costituzione. Quegli altri, che ricusano di riconoscere con noi l'evidente esaltazione della Democrazia, di quella Democrazia che da poco meno d'un secolo invade tuttaquanta la società moderna, costoro vorrebbero infervorarci del loro culto storico per le gerarchie tradizionali e le dinastiche leggende. Risparmino gli uni le freccie dell'ironia, gli altri gli sforzi dello zelo, che torneranno del pari indarno: la nostra debolezza di spirito di credere ed adorare Iddio è insanabile; siamo incorreggibili nel ribellarci al pregiudizio del repubblicanesimo dogmatico; rimaniamo increduli impenitenti della monarchica superstizione.
A giudizio nostro, ciascuno che si attribuisce la potenza, uomo, casta o popolo, prima di ricercarne i godimenti, ne subisce la responsabilità; e la sovranità che riconosciamo nella nazione è assai meno la facoltà di ribellarsi ad un governo impostole dalla violenza del caso o dalle leggi provvidenziali, che l'obbligo di vigilare continuamente l'uso che si fa dei poteri datisi da sè a propria tutela. Quella sovranità altro non è che la stessa libertà: ma, giova proclamarlo ancora una volta, la libertà non è il dovere di esercitare la volontà sotto l'impero della ragione: e della ragione è lume la legge morale, la legge d'Iddio.
E perchè non diremmo noi fin d'ora l'ultima conseguenza, che nasce da queste nostre indagini sulle sorti future e forse no remote della società italiana?
Dal giorno che un popolo ha acquistado la coscienza dei suoi diritii, tutte le finzioni di legittimità si dileguano: ma, appunto perchè la sudditanza antica si muta nella sovranità nuova, le nazioni tolgono sopra di sè tutto l'onere morale, di cui i Govern si discaricano; e sono giudicabili con tanto maggior rigore innanzi alla giustizia divina come innanzi alla ragione umana, quanto del dovere di ubbidire è più grave l'ufficio di comandare.
1 Barbier, Iambes.
1 E. Rénan, La Riforma.
1 P. Janet, Hist. de la science politique, Introd.
L'Italia liberale
Carlo Alfieri
Firenze
1872
Rutgers University Libraries
DG552.A2A65 1972
Omnipædia Polyglotta
Francisco López Rodríguez
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